Fatale fu la palla e chi la scagliò

“Preghiera per un amico”, John Irving, Rizzoli.

Una palla da baseball scagliata da un impacciato bambino di nome Owen Meany uccide la mamma del migliore amico di Owen.
Per Owen la palla non è poi così fatale, lui non crede nel fatalismo e depreca i cattolici perchè vivono secondo fatalismo, lui crede nella predestinazione. Sotto a tutto c’è una sapiente architettura di un gran burattinaio e tu poco puoi nei confronti dei giochini del burattinaio, e così la palla assassina diventa il pretesto per convincere il piccolo Owen di essere uno strumento di dio.
Un bambino singolare Owen, un po’ santo un po’ pazzo, ma insormontabilmente simpatico per le sue stranezze, per la sua verve oratoria che gli permette di essere a sua volta un po’ burattinaio degli altri. Diversi episodi che vedono Owen direttore dell’orchestra umana fanno scompisciare. Un libro assurdo come d’altra parte è un po’ assurda anche la vita, un libro divertente, un libro delicato nel declinare certi sentimenti come l’amore per la madre, l’amicizia con la A maiuscola, il sentirsi diversi, la fede.
E alla fine del libro ci pensi un sacco a questo bambino tutto speciale, fai un po’ tuo il suo motto: “Non vi è nessun’altra soluzione tranne quella, universale, che la vita offre a tutte le questioni, anche le più complesse, anche a quelle insolubili. La risposta è: bisogna vivere alla giornata -vale a dire dimenticare se stessi.”

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