You gotta make your own kind music, sing your own special song


“La lingua perduta delle gru”, David Leavitt, Mondadori.

Tanti protagonisti, ognuno è un pianeta a sè stante fino a che non si tenta di comunicare con gli altri pianeti tutto fila liscio, ma la vita non è un episodio di Happy Days dove ogni cosa torna al suo posto e tutti i delicati e lievi conflitti vengono accantonati o ficcati sotto il letto, o spianati come la glassa su un dolce di compleanno. Quando si tenta di comunicare con pianeti che parlano una lingua diversa si spezzano quei delicati equilibri costruiti su un’ignorante felicità, ogni linguaggio ha il suono e non si può prevedere l’effetto che avrà sugli altri.
Così come il linguaggio del bambino gru, cresciuto ammirando ed imitando le gru del cantiere che osservava nella solitudine della sua stanzetta, un linguaggio apparentemente incomprensibile, perduto per sempre.
Il senso del libro credo sia tutto in quel breve capitoletto centrale in cui Leavitt racconta del bambino gru, chiudendo con la frase che è anima del libro: ” Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo”.

Colonna sonora ideale di questa lettura:

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